Per rendere credibile il XIII secolo di Jaadugar: A Witch in Mongolia, il team non si è limitato a studiare libri e immagini: parte dello staff è andata davvero in Mongolia, ha vissuto da vicino la quotidianità nomade e ha trasformato quei dettagli in animazione. Il risultato si vede nelle ger, negli animali, negli oggetti e perfino in gesti apparentemente minuscoli della vita di ogni giorno.
Il retroscena è emerso nel report ufficiale del comitato di produzione di Jaadugar dedicato all’ANIMO Festival 2026 di Ulan Bator. Il produttore Kazuki Endo di TV Asahi ha raccontato perché il sopralluogo in Mongolia fosse considerato essenziale e quali elementi siano poi entrati direttamente nella serie.
Perché il team di Jaadugar è andato davvero in Mongolia
La difficoltà principale era evidente: raccontare il Mongolia imperiale del XIII secolo significa lavorare su un periodo per cui la documentazione visiva quotidiana è molto più limitata rispetto a epoche più recenti. Secondo Endo, lo staff ha dovuto consultare dipinti, documenti e materiali storici, appoggiandosi anche a specialisti per ricostruire abiti, abitazioni e oggetti.
Ma a un certo punto la documentazione non bastava più. Il produttore ha spiegato che per un’opera come Jaadugar era necessario percepire direttamente l’ambiente e affrontarlo con serietà, evitando una Mongolia ricostruita soltanto da fotografie o riferimenti indiretti.

Lo staff ha vissuto in una ger con una famiglia nomade
Uno dei momenti più importanti del sopralluogo è stato il soggiorno in una ger abitata realmente da una famiglia nomade. Lo staff è stato accolto come parte della famiglia, condividendo momenti conviviali, bevande e canti, ma soprattutto osservando da vicino il modo in cui risorse, animali e ambiente vengono utilizzati nella vita quotidiana.
È proprio questa esperienza ad aver dato allo staff informazioni che una semplice raccolta fotografica difficilmente avrebbe restituito: disposizione interna degli spazi, materiali, oggetti, movimenti e rapporto concreto tra persone, animali e territorio.
Endo ha confermato che molti dettagli osservati all’interno della ger sono stati effettivamente ripresi nell’anime. Anche il reparto degli sfondi ha partecipato al viaggio, proprio per poter tradurre nell’immagine animata particolari che altrimenti sarebbero rimasti invisibili.
Anche cani, cavalli e perfino il combustibile arrivano dal sopralluogo
Il viaggio non ha influenzato soltanto gli ambienti. Lo staff ha osservato da vicino cani, cavalli e altri animali presenti nella vita nomade e ha trasferito quelle impressioni nella serie. C’è poi un dettaglio ancora più curioso: durante il sopralluogo i membri del team hanno sperimentato anche la raccolta dello sterco animale usato come combustibile.
Non è rimasto un aneddoto da viaggio. Endo ha spiegato che una scena in cui Sitara compie proprio quel gesto è stata rappresentata nell’anime. È un esempio perfetto del tipo di realismo cercato dalla produzione: non grandi spiegazioni didascaliche, ma piccoli comportamenti che fanno percepire il mondo come abitato.

I creativi mongoli hanno notato la ricerca storica
Il confronto più interessante è arrivato proprio in Mongolia. Durante il panel dell’ANIMO Festival, il fumettista Erdenebayar.N ha sottolineato che l’opera mostra un lavoro concreto di ricerca sulla storia mongola. Naranbat.B di Nomadia Pictures ha invece evidenziato quanto fosse significativo vedere il XIII secolo mongolo raccontato e portato a un pubblico internazionale attraverso un’opera giapponese.
Il giudizio è importante perché arriva da professionisti locali, cioè da persone che osservano la rappresentazione della propria storia e cultura dall’esterno. Non significa che Jaadugar sia un documentario: resta una fiction che interpreta personaggi e avvenimenti. Ma mostra quanto la produzione abbia cercato di evitare una ricostruzione superficiale.
Se vuoi separare ciò che deriva dalla storia documentata da ciò che è stato costruito narrativamente, abbiamo già approfondito la storia vera dietro Sitara e Fatima in Jaadugar.
Il realismo di Jaadugar nasce anche da ciò che quasi non notiamo
È facile associare una produzione di Science SARU soprattutto allo stile visivo, all’animazione o alle scelte di regia. In questo caso, però, una parte importante dell’identità della serie nasce da un lavoro meno appariscente: capire come si vive dentro uno spazio, come si usa un oggetto, come ci si muove accanto agli animali e come l’ambiente condiziona la quotidianità.
Il sopralluogo in Mongolia serve proprio a questo. Non a trasformare ogni episodio in una lezione di storia, ma a dare una base concreta alle scene che accompagnano Sitara e gli altri personaggi. Quando un dettaglio appare naturale, spesso funziona proprio perché non deve essere spiegato allo spettatore.
Un retroscena che arriva dopo il finale della prima stagione
Il report è stato pubblicato il 28 settembre, poche settimane dopo la conclusione della prima stagione, e permette di rileggere diversi momenti dell’anime con un occhio diverso. Il sito ufficiale di Jaadugar aveva già mostrato durante la promozione materiali legati al viaggio in Mongolia e alla lavorazione, ma il racconto dell’ANIMO Festival chiarisce quanto quelle esperienze siano finite davvero nel prodotto finale.
Per chi ha terminato la serie e vuole invece proseguire la storia, il cluster continua con la nostra guida su da quale capitolo riprendere il manga dopo l’anime di Jaadugar.
Il dettaglio più bello del dietro le quinte
Il punto più interessante non è semplicemente che lo staff abbia viaggiato in Mongolia. È che il viaggio abbia lasciato tracce concrete nell’animazione: una ger osservata dall’interno, un animale studiato da vicino, un gesto quotidiano che diventa parte della vita di Sitara.
Jaadugar racconta un mondo lontano nel tempo, ma per costruirlo il team ha scelto di avvicinarsi il più possibile alle persone, ai luoghi e alle abitudini che ancora oggi conservano una parte di quella cultura. È uno di quei casi in cui il dietro le quinte rende più interessante anche ciò che abbiamo già visto sullo schermo.