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La città incantata nacque senza un copione finito: il rischio di Miyazaki

Il regista raccontò perché la storia di Chihiro non era completa quando partì la produzione

Studio ghibli
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La città incantata non nacque da una sceneggiatura già conclusa. Quando lo Studio Ghibli avviò la produzione, Hayao Miyazaki non sapeva ancora esattamente dove avrebbe portato Chihiro. Non è una leggenda: lo spiegò lui stesso durante una conferenza stampa a Parigi nel dicembre 2001, poco dopo l’uscita giapponese del film.

La storia cominciò prima che Miyazaki ne conoscesse il finale

La città incantata arrivò nelle sale giapponesi il 20 luglio 2001. Il pubblico vide un viaggio pieno di incontri imprevedibili, dalle terme di Yubaba al treno sull’acqua. Dietro quelle immagini c’era un metodo di lavoro che oggi sembra rischioso per un lungometraggio d’animazione: disegnare gli storyboard mentre la trama prendeva ancora forma.

Nella testimonianza diretta raccolta da Midnight Eye nel 2001 e pubblicata nel gennaio 2002, a Miyazaki venne chiesto se fosse vero che realizzava i film senza una sceneggiatura completa. Il regista confermò di non avere la storia finita quando il lavoro iniziava. Gli storyboard, anziché illustrare un copione definitivo, diventavano il luogo in cui scoprire la direzione del racconto.

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La produzione partiva mentre gli storyboard erano ancora incompleti

Per uno studio d’animazione, questo significava coordinare un lavoro complesso senza conoscere fin dall’inizio ogni passaggio narrativo. Disegni, tempi e sequenze procedevano mentre l’autore continuava a costruire il film. Miyazaki stesso definì il procedimento rischioso e riconobbe che avrebbe preferito un sistema diverso. È importante distinguere questo fatto da una storia sensazionalistica: non disse che il film fosse improvvisato senza alcuna pianificazione, ma che la storia si sviluppava durante la realizzazione degli storyboard.

La svolta: i disegni non seguivano il film, lo costruivano

In un’ulteriore intervista sul lavoro a La città incantata, il regista descrisse gli storyboard come un progetto tecnico completo: inquadrature, dialoghi, durata, effetti sonori e indicazioni per gli animatori. È così che la storia poteva cambiare mentre veniva preparata, senza che l’intera squadra procedesse alla cieca.

Questo metodo spiega almeno in parte una sensazione tipica della visione: Chihiro non percorre semplicemente una serie di prove preordinate, ma sembra scoprire un mondo che si allarga insieme a lei. È una lettura del risultato artistico, non una dichiarazione letterale di Miyazaki sulle intenzioni di ogni singola scena.

Perché conta ancora oggi

Il retroscena cambia il modo in cui guardiamo uno dei film più amati dello Studio Ghibli. La città incantata appare costruita con precisione, eppure la sua precisione non richiedeva un copione immutabile dall’inizio alla fine. Il film prese forma attraverso immagini capaci di suggerire nuovi sviluppi al loro stesso autore.

Per ripercorrere il significato dell’opera e il suo venticinquesimo anniversario, leggi anche il nostro approfondimento su La città incantata. Per un’altra scelta produttiva raccontata direttamente dal regista, scopri perché Miyazaki rifiutò inizialmente Si alza il vento.

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