Per rendere We Are Aliens realistico, Kohei Kadowaki non ha cercato di copiare il mondo reale alla lettera: ha scelto quali movimenti tracciare, quali ridisegnare da zero e perfino quali dettagli visivi potessero far ricordare allo spettatore l’odore di una scuola. Il regista ha raccontato che il film ha richiesto circa tre anni e mezzo di lavoro e un metodo di animazione costruito scena per scena, senza un manuale unico da applicare a tutto.
Il retroscena arriva da un’intervista pubblicata da MANTANWEB pochi giorni prima dell’uscita giapponese del film, avvenuta il 25 settembre 2026. Il sito ufficiale di We Are Aliens presenta il progetto come il primo lungometraggio animato di NOTHING NEW, realizzato con MIYU PRODUCTIONS.
Il rotoscopio non veniva usato allo stesso modo in ogni scena
Kadowaki ha spiegato che We Are Aliens utilizza il rotoscopio, ma non nel modo più meccanico possibile. In alcuni tagli il team poteva seguire soltanto il movimento di uno zaino; in altri prendeva come riferimento l’asse del corpo e ricostruiva il resto da zero.
L’obiettivo era catturare la parte più imprevedibile del movimento umano senza importare anche i difetti che una semplice copia dell’immagine reale può creare nell’animazione. Vestiti, capelli e ritardi del movimento devono infatti reagire in modo credibile, ma anche conservare quella fluidità che rende una scena piacevole da guardare.

Perché il regista non volle creare un manuale unico
La scelta più particolare riguarda il metodo di lavoro. Kadowaki ha raccontato di aver evitato deliberatamente una procedura identica per tutti i tagli. Secondo lui, trasformare l’approccio in una serie di regole rigide avrebbe finito per rendere i movimenti più artificiali.
Per questo le istruzioni cambiavano in base alla scena. Il film doveva conservare le piccole azioni inutili che rendono riconoscibile un bambino: scivolare lungo una ringhiera, muoversi senza una vera ragione, assumere posture irregolari. Sono proprio questi dettagli a far scattare il senso di familiarità su cui il film costruisce buona parte della propria atmosfera.
Il dettaglio più strano: far ricordare persino gli odori
Il realismo di We Are Aliens non riguarda soltanto le persone. Il regista ha spiegato che superfici, proporzioni e materiali degli ambienti scolastici sono stati studiati per evocare ricordi fisici: la consistenza di un banco, una tavola di compensato che sembra ruvida, una ringhiera metallica che richiama una sensazione precisa.
L’idea è quasi paradossale: usare un’immagine per suggerire qualcosa che non può essere mostrato, come un odore o una sensazione tattile. Secondo Kadowaki, se le proporzioni e le texture sono abbastanza convincenti, lo spettatore può completare mentalmente ciò che manca e tornare a una memoria personale.

Tre anni e mezzo con una squadra molto piccola
La lavorazione è durata circa tre anni e mezzo. Kadowaki ha descritto un nucleo di produzione sorprendentemente ristretto: pochi animatori principali e un gruppo altrettanto contenuto per i fondali, con una squadra più ampia che interveniva come supporto nei diversi momenti del progetto.
Il regista ha raccontato anche che diversi giovani coinvolti non avevano esperienza precedente come animatori di key animation. In alcuni casi il lavoro è partito quasi come una scuola interna, con spiegazioni su disegno e animazione prima ancora di affrontare le scene del film.
È un dettaglio che rende ancora più interessante il risultato: invece di affidarsi a una catena produttiva enorme e rigidamente standardizzata, il film è cresciuto attorno a un gruppo piccolo che ha imparato e sperimentato durante la lavorazione.
Perché non farlo semplicemente in live action?
Guardando il realismo del film, la domanda viene naturale. Kadowaki sostiene però che l’animazione gli permetta di ricostruire qualcosa che una macchina da presa non può recuperare: non soltanto un luogo del passato, ma il modo soggettivo in cui quel luogo è rimasto nella memoria.
Colori del cielo, forma delle nuvole, movimenti e atmosfera possono essere deformati fino a coincidere con il ricordo invece che con la realtà fisica. È anche per questo che il regista ha inserito nel film elementi legati alla propria esperienza personale, soprattutto nel modo in cui vengono raccontati amicizia, distanza e primi sentimenti.
Un film già passato da Cannes e Annecy
We Are Aliens aveva già attirato attenzione internazionale prima dell’uscita giapponese: è stato presentato alla Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes 2026 ed è passato anche dalla competizione lungometraggi di Annecy.
Su anime.icrewplay.com avevamo seguito il progetto già prima dell’uscita con il calendario del film e la data del 25 settembre e, più recentemente, con il nuovo video dedicato a We Are Aliens. Il dietro le quinte aggiunge però un tassello diverso: spiega perché il film abbia un aspetto così fisico e allo stesso tempo così lontano da un semplice tentativo di imitare il live action.
Il vero esperimento di We Are Aliens
La parte più interessante non è quindi l’uso del rotoscopio in sé. È il modo in cui Kadowaki lo ha trattato come uno strumento da accendere e spegnere a seconda della scena, mescolandolo con disegno tradizionale, osservazione e memoria personale.
Tre anni e mezzo di lavoro, una squadra ridotta e nessuna ricetta unica: il realismo di We Are Aliens nasce proprio dal rifiuto di rendere tutto uniforme. Il film vuole farci riconoscere un movimento, una superficie o persino un odore che non stiamo davvero percependo. Ed è probabilmente questa la parte più curiosa del suo dietro le quinte.