Rivedere Principessa Mononoke sul grande schermo, a quasi trent’anni dall’uscita, è un’esperienza diversa dalla visione casalinga, e non solo per il restauro in 4K. L’ottavo lungometraggio di Hayao Miyazaki resta uno dei vertici dello Studio Ghibli per ragioni che vanno oltre la nostalgia: la regia, la scrittura dei personaggi, la lettura adulta della guerra e dell’ambiente. Se ti stai chiedendo se valga la pena tornare in sala per un film che magari hai già visto in streaming, la risposta sta in cosa il cinema restituisce di quest’opera che il piccolo schermo comprime. Analizziamo gli elementi che lo rendono ancora oggi un film fuori scala.
Il Miyazaki più avventuroso e frenetico
Chi conosce il regista per i toni meditativi de Il ragazzo e l’airone o di Si alza il vento trova qui un Miyazaki diverso. Principessa Mononoke è probabilmente il suo film più avventuroso insieme a Nausicaä della Valle del vento: combattimenti, scene di guerra, eserciti, rivolte, assedi dietro le mura del villaggio.
La sequenza d’apertura lo dice subito. L’arrivo del cinghiale gigante posseduto da un morbo misterioso, avvolto da una massa di tentacoli che gli succhia energia fino a consumarlo, ha una frenesia di disegno e di movimento che colpisce per un film del 1997. Guardandola al cinema, con la giusta dimensione e definizione, sembra realizzata ieri.
La firma registica: quando il film respira

Il tratto che distingue Miyazaki non è l’azione in sé, ma il controllo del ritmo. Il regista alterna sequenze concitate a momenti di calma assoluta senza che lo stacco si avverta: il cambio di registro è impercettibile, ed è proprio questa invisibilità a renderlo prezioso.
Nei dialoghi più intimi, nelle scene in cui i due giovani protagonisti scoprono i propri sentimenti e con essi l’ingresso nell’età adulta, emerge la delicatezza poetica che il pubblico associa di solito ad altre opere del maestro, come Il castello errante di Howl. È la prova che dietro la facciata da film di guerra c’è la stessa sensibilità che attraversa tutto il suo cinema.
I personaggi e l’assenza di buoni e cattivi netti

Qui sta il cuore tematico del film. Principessa Mononoke rifiuta la divisione manichea tra eroi e villain. Il protagonista Ashitaka è riconoscibilmente positivo, ma gli antagonisti hanno tutti motivazioni comprensibili, a volte persino nobili.
Lady Eboshi, la nemica che non riesci a odiare
L’esempio più forte è Lady Eboshi, leader della comunità di fabbri dei Tatara. Sulla carta è la cattiva assoluta: distrugge la foresta, costruisce armi, avvelena la terra con i fumi delle sue fonderie. Eppure quello che fa lo fa per proteggere i suoi lavoratori, spesso persone emarginate a cui offre lavoro e dignità. È scritta con così tante sfumature che a tratti vorresti odiarla senza riuscirci, un tipo di personaggio femminile complesso che ricorre in tutta la filmografia di Miyazaki.
Le immagini che restano impresse
Molti personaggi non hanno nemmeno una battuta, eppure dominano la memoria visiva del film. Il Dio Cervo che attraversa la foresta con il suo sguardo tra il paterno e l’inquietante, i piccoli Kodama, gli spiritelli che popolano il bosco, i lupi giganti dal design possente che hanno cresciuto San: sono immagini che parlano più di qualsiasi dialogo e che sono entrate nella storia del cinema d’animazione.
La guerra e l’ambiente: perché il film parla al presente

Vedere Principessa Mononoke nel 2026 ha un peso particolare. La sua rappresentazione della guerra è fredda, distaccata, oggettiva: non prende le parti di nessuno, mostra che ogni schieramento ha le sue ragioni. Rispetto a Nausicaä, dove il conflitto è filtrato da uno scenario post-apocalittico e quindi più lontano, qui la guerra appare più vicina e cruda, nonostante la cornice fantasy.
Il tema ambientalista, ricorrente nel cinema del regista, qui non è una morale appiccicata ma il motore stesso del racconto: lo scontro tra il progresso tecnologico e gli abitanti della foresta non offre soluzioni facili. Il progresso fa sacrifici, la natura si difende, e Miyazaki non indica un colpevole. È un equilibrio difficile che rende il film più maturo di gran parte dell’animazione, allora come oggi. Per chi vuole entrare nel mondo del regista, è anche un ottimo titolo da cui partire, accanto agli altri capolavori dello Studio Ghibli.
Il restauro 4K e il nuovo doppiaggio

L’occasione per tornare in sala è la versione restaurata in 4K, accompagnata da un nuovo adattamento e da un nuovo doppiaggio italiano. Il punto più rilevante per i fan storici è proprio l’adattamento: la nuova edizione punta a una resa più fedele all’originale giapponese rispetto alle versioni italiane precedenti, oggetto di discussioni negli anni.
L’uscita è un evento limitato nel tempo, e per i dettagli su date e modalità ti rimandiamo al nostro pezzo sull’uscita di Principessa Mononoke restaurato in 4K. Quello che conta è che un film così non capita spesso di poterlo vedere proiettato come merita.
Difficile trovare un vero difetto in quest’opera: trama, scrittura, disegni, animazioni, regia e le musiche di Joe Hisaishi convergono in un risultato raro. La domanda, semmai, non è se sia un grande film, ma se la versione casalinga ti basti davvero per coglierne la portata. Tu da che parte stai, San o Lady Eboshi? Diccelo nei commenti e seguici su Instagram @icrewplay_arte per altri approfondimenti su cinema e cultura.