Kiki – Consegne a domicilio avrebbe potuto essere molto diverso se Eiko Kadono avesse chiesto a Hayao Miyazaki di seguire il suo libro alla lettera. L’autrice del romanzo, però, scelse una strada più sottile: accettò che il film diventasse un’opera autonoma, chiedendo di preservare il titolo, la visione del mondo narrativo e la personalità di Kiki. Lo ha spiegato direttamente in un’intervista del 2020.
Prima del film Ghibli c’era un romanzo per ragazzi
Quando lo Studio Ghibli portò Kiki sul grande schermo nel 1989, la piccola strega esisteva già nelle pagine scritte da Eiko Kadono. Il film diretto da Miyazaki trasformò quella premessa in un racconto cinematografico sul trasferimento in una città sconosciuta, sull’indipendenza e sul rapporto fra talento e fiducia in se stessi.
La relazione fra romanzo e film è importante proprio perché i due non sono identici. Il libro offre un percorso narrativo e una sensibilità che l’adattamento rielabora con il linguaggio dell’animazione. La scheda ufficiale dello Studio Ghibli attribuisce il soggetto originale a Kadono e indica Miyazaki come produttore, sceneggiatore e regista.
La svolta: l’autrice non pretese una copia del libro
Il retroscena più significativo arriva dalla voce della scrittrice. Parlando del processo di adattamento, Kadono ha spiegato di considerare naturale che una storia cambi passando dalla pagina al cinema o al palcoscenico: immagini in movimento, ritmo e recitazione creano inevitabilmente un’opera diversa.
Per questo, anziché controllare ogni scena, chiese di salvaguardare tre elementi fondamentali: il titolo, la visione del mondo e la coerenza del carattere di Kiki con il romanzo. Nella conversazione pubblicata da Reactor con Eiko Kadono e la traduttrice Emily Balistrieri, l’autrice precisa che quello fu sostanzialmente il limite del suo coinvolgimento nella realizzazione del film.
Non è quindi corretto raccontare questa vicenda come una battaglia contro Miyazaki o come una riscrittura imposta dalla produzione: nelle testimonianze disponibili, Kadono descrive soprattutto una scelta consapevole di lasciare libertà al regista senza perdere l’identità della protagonista.
Che cosa voleva raccontare Miyazaki con Kiki?
Il regista aveva a sua volta un obiettivo preciso. In un’intervista dedicata al film, Miyazaki spiega di voler parlare di adolescenti che lasciano una zona di provincia, arrivano in città e devono trovare un lavoro e una vita propria. Nel suo racconto, l’elemento fantastico della stregoneria convive con problemi molto concreti: autonomia, solitudine, incertezza, aspettative.
Qui si incontra la differenza di prospettiva tra chi scrive il romanzo e chi lo trasforma in un film: il punto non è replicare ogni episodio, ma mantenere riconoscibile Kiki mentre la nuova opera mette a fuoco altri passaggi della sua crescita.
Perché questa scelta cambiò il modo di adattare la storia
Il compromesso creativo permise a due voci autoriali di convivere. Kadono rimase la creatrice del personaggio e del suo mondo, mentre Miyazaki costruì un film con un’identità visiva e narrativa autonoma. Non possiamo dedurre dall’intervista che ogni cambiamento specifico sia stato approvato singolarmente dalla scrittrice; sappiamo invece quali principi dichiarò di voler proteggere.
È un dettaglio utile anche per chi oggi si avvicina al materiale originale. La nostra pagina su come le avventure di Kiki proseguono in libreria aiuta a scoprire un percorso diverso da quello del film. Per il pubblico italiano c’è inoltre la guida al ritorno di Kiki al cinema in 4K e al doppiaggio, mentre il nostro approfondimento sul successo economico del film e i cambiamenti nello Studio Ghibli racconta un’altra conseguenza della sua uscita.
Perché il retroscena conta ancora oggi
Con il ritorno cinematografico del film in Italia, la storia delle tre richieste di Kadono invita a guardare Kiki con occhi differenti. Un adattamento fedele non deve essere per forza una riproduzione letterale: può custodire il carattere e il mondo di un personaggio anche mentre prende decisioni narrative nuove.
È questo l’aspetto sorprendente della vicenda: a proteggere Kiki non fu un controllo totale sul copione, ma la scelta dell’autrice di distinguere ciò che poteva cambiare da ciò che rendeva la sua giovane strega davvero riconoscibile.
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