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- La recensione

La nuova serie d'animazione "adulta per adulti" di Netflix recensita dal sempreverde Vostro Affezionatissimo

Cos’hanno in comune un cacciatore di demoni che ripara treni, tre automi in gita di piacere in una città post-apocalittica, l’Armata Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale e uno yogurt superintelligente? Semplice, fanno tutti parte di quella rapsodia delirante e visivamente stupenda che è Love Death and Robots, serie animata “adulta per adulti” su Netflix magistralmente orchestrata dal regista Tim Miller. Miller, che figura anche tra i produttori assieme a David Fincher (The Social NetworkIl curioso caso di Benjamin Button, House of Cards), ha già avuto modo di mostrare con Deadpool il suo indubbio talento nel saper gestire più di un genere narrativo nell’arco di una stessa narrazione, e il suo impegno con Love Death and Robots ci mostra perfettamente che in quella che i tedeschi chiamerebbero Stilmischung – la “mescolanza di stili” – ci sguazza come una sirena robotica in un mare di mercurio.

Ci si accorge fin dall’esordio che qualcosa non quadra rispetto agli standard: ciascuno degli episodi è infatti poco più di un cortometraggio a stampo autoconclusivo, dove a volte i protagonisti non hanno nome né connotazione di background di alcun tipo, trovandosi (e lasciandoci) catapultati in medias res in panorami che spaziano dal verosimile mancato al trip sotto allucinogeni. Si spazia da ambientazioni utopistiche alla fantascienza “regolare”, da orrori lovecraftiani a “semplici” scenari storici alternativi, dando al tutto l’idea di essere una creatura vivente primordiale e perfetta, un fluido non newtoniano che si mostra solo apparentemente inerte allo spettatore impreparato, salvo poi esplodere in un tripudio di propaggini appena lo si stuzzica con il giusto stimolo.

Scrivere una sola recensione per Love Death and Robots è impresa ardua e profondamente ingiusta, visto che ogni episodio meriterebbe un articolo a sé

Che si parta dall’esplorazione di un Io femminile turbato dallo stupro, o dalle meditazioni sulla coscienza robotica, o ancora dall’allucinato raffronto con la Realtà, ogni singolo episodio si scava una nicchia profonda dentro l’animo umano, come un simbionte che, togliendoci parte delle nostre certezze, ci dà in cambio la possibilità di emozionarci in modi e per cause che non ritenevamo possibili: si può piangere per un frigorifero? Ci si può sbellicare all’idea di un catastrofico paradosso temporale? Si può provare orrore per la felicità raggiunta di montaliana memoria? A queste e molte domande Love Death and Robots offre una risposta più che affermativa e in molte modalità diverse.

Oltre alle dinamiche emotive in costante mutamento e la profonda analisi dell’essere (in)umano, infatti, la serie si caratterizza per il cambio continuo di stile grafico: spaziando dalle palette nitide di “Good Hunting” e “Zima Blue” per arrivare allo stile graffiato e sporco della CGI a bassa texture di “The Witness” (chiaramente ispirato a classici dell’animazione giapponese come Ghost in the Shell) e il caricaturale di “When The Yogurt Took Over” e “Alternate Histories“, si giunge a un panorama di spezzoni in motion capture accuratissimo e di livello quasi certosino per la potenza del dettaglio in episodi come “Sonnie’s Edge“, “Shapeshifters” e “Beyond the Aquila Rift“. Ciò finisce per essere non già una scelta dettata dal caso, ma un preciso dettame artistico dato dalla precisa intenzione dell’emozione cardine da trasmettere allo spettatore, e ogni tratto, ogni pixel, ogni poligono diviene lo strumento per parlare di emozioni, per essere emozione.
Ad esempio l’uso del cell shading, tecnica di animazione già nota a chi ha giocato alla saga di Borderland Tales o ha visionato certi episodi di Fringe, è altamente funzionale all’atmosfera onirica e allo spaziare immaginativo dei protagonisti per un episodio come “Fish Night“, mostrandoci il profondissimo contrasto tra un’esistenza da venditore porta a porta, che esula e trascende da qualsiasi fantasia, e le ipotesi pseudo-archeologiche formulate.
Parliamo di scelte grafiche audaci ma sempre azzeccate, che fanno quasi passare in secondo piano le musiche pur spettacolari che gli fanno da contorno, cosa non facile nell’attuale panorama dell’animazione sempre più improntato all’opposto (eh, Disney?).

In definitiva, è difficile spiegare con termini che rendano piena giustizia all’opera perché Love Death and Robots andrebbe vista da chiunque abbia un account Netflix, ma ciò che mi sento di dirti, Gentile Lettore, è: fallo. Fallo e basta. Fallo ed esplora quella parte di te che non credevi esistesse. Fallo e risveglia il Nono Senso, il Senso del Sublime.
Mi ringrazierai dopo.

E ora scusami, ma vado a sentirmi “Living in the Shadows” per la sesta volta consecutiva.

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