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Digimon Adventure: il primo film doveva svolgersi negli anni Sessanta

Il padre di Taichi, la Tokyo degli anni Sessanta e il progetto scartato da Toei: parla Mamoru Hosoda.

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Il primo film di Digimon Adventure poteva svolgersi nel Giappone degli anni Sessanta e avere come protagonista il padre di Taichi, non Taichi stesso. Non è una teoria dei fan: Mamoru Hosoda raccontò questa proposta in un’intervista pubblicata nel Digimon Movie Book del 2001. La Toei Animation respinse l’idea e chiese invece una storia vicina ai film di mostri giganti. Da quella svolta nacque il cortometraggio del 1999 che conosciamo.

Quando Digimon Adventure non aveva ancora una serie televisiva

Oggi è facile immaginare il primo film come un semplice prequel della serie Digimon Adventure. All’inizio, però, il progetto era differente. Nell’intervista a Mamoru Hosoda, tratta dal Digimon Movie Book e tradotta in inglese, il regista spiega che il corto cinematografico era stato avviato prima che l’impianto della serie TV fosse definito. Gli autori dovevano quindi ideare una storia comprensibile da sola, partendo dai mostri digitali Bandai.

Anche l’identità dei personaggi cambiò durante lo sviluppo: il progetto multimediale con V Jump spinse il gruppo a coordinare i protagonisti e a costruire il Taichi che sarebbe poi diventato familiare agli spettatori. Non era scontato, dunque, che il film raccontasse il primo incontro fra i bambini e un Digimon nei termini visti sullo schermo.

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La versione scartata: il padre di Taichi e la Tokyo degli anni Sessanta

Hosoda ricordò una proposta sorprendente: ambientare la vicenda intorno al periodo delle Olimpiadi di Tokyo, quindi negli anni Sessanta, e affidare il ruolo principale al padre di Taichi. Il tono immaginato era quello di una commedia, con i personaggi capaci di provocare il caos in città.

Il fascino della proposta era anche visivo: i disegni iniziali avevano un gusto rétro che, secondo il regista, si prestava a un’ambientazione più lontana nel tempo. Ma la risposta della sede centrale Toei fu negativa. Alla squadra fu chiesto di lasciare perdere la cornice storica e di avvicinarsi piuttosto al cinema kaiju, fatto di creature enormi e scontri spettacolari.

La svolta Toei e il problema di raccontare un kaiju in venti minuti

Il nuovo indirizzo non risolse subito tutti i problemi. Hosoda, la produttrice Hiromi Seki e la sceneggiatrice Reiko Yoshida discussero su come concentrare una storia di mostri giganti in circa venti minuti. L’idea di distruggere edifici iconici lasciò progressivamente spazio a una domanda più semplice: che cosa proverebbero dei bambini vedendo creature impossibili apparire nel loro quartiere?

Per contenere l’azione il regista scelse il complesso residenziale di Hikarigaoka. Da lì lo sguardo poteva scendere sulla battaglia fra Digimon come da una tribuna naturale. Invece di chiarire subito chi fosse buono e chi cattivo, il film conservò un elemento di incertezza nel rapporto fra Taichi, Hikari e le creature.

Che cosa è rimasto di quel progetto abbandonato

La versione con il padre di Taichi non diventò il film definitivo. Eppure il percorso da commedia storica a incontro con creature sconosciute spiega perché il cortometraggio abbia un’atmosfera diversa da molti episodi della serie: pochi luoghi, bambini osservatori e una battaglia che sembra più un evento naturale che uno scontro fra eroi e villain.

Il dettaglio cambia anche il modo di leggere il franchise. Per capire come collocare il corto del 1999 rispetto alle serie successive, trovi il nostro ordine di visione di Digimon. Per un secondo retroscena sul periodo di Hosoda, abbiamo ricostruito anche la telefonata che cambiò Our War Game!.

La lezione produttiva di questa storia è concreta: non fu il progetto ambientato negli anni Sessanta ad arrivare sullo schermo, ma la richiesta di cambiare strada obbligò il regista a trovare un linguaggio cinematografico riconoscibile in appena venti minuti. È questo il vero punto di svolta raccontato da Hosoda, non la leggenda di una serie intera già pronta e cancellata.

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